Mostra ed incontro con Rosaria Iorio – Il sogno della luce

Il 21 febbraio alle ore 16.00 alla Scuola Italiana di Comix avrà luogo un incontro di presentazione della mostra Il Sogno della Luce di Rosaria Iorio.
Alla presentazione oltre all’autrice interverranno anche Il professore Dario Giuliano docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli e il professor Mario Punzo direttore della Scuola italiana di Comix.

La mostra resterà poi aperta al pubblico nella sede della scuola tutti i giorni dal lunedì al venerdì, dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00.

Illustrare, come tutti i verbi, può indicare diverse cose, ma quello che mi interessa qui è cercare di far emergere una particolarità che hanno le parole, che talvolta, come in questo caso, sono fatte a blocchi, contenendo, dentro di sé, altre parole. Il verbo “illustrare”, per esempio, contiene la parola “lustro”, che, a sua volta, contiene, derivando etimologicamente da essa, la parola latina “lux”, che significa “luce”. A questo termine latino era connessa un’altra parola, “lucus”, che significava “bosco sacro”. In particolare, “lucus” indicava quella parte di un bosco in cui, a un certo punto, la vegetazione si dirada, così da permettere alla luce del sole (o della luna) di rischiarare. Sto parlando della radura. Questi boschi sacri, in cui si praticavano riti di purificazione, per esempio, erano sparsi un po’ ovunque, in Europa, dal Mediterraneo alle aree nordiche, e anche oltre (che io sappia, si può arrivare a localizzarli fino in India). E la cerimonia di purificazione, ancora in latino, si dice proprio “lustrum”. 

Illustrare, quindi, indica sicuramente il conferire lustro, nel senso proprio di rischiarare, illuminare, proprio come accadeva all’interno di una cerimonia di purificazione, grazie alla quale si faceva emergere la presenza di qualcuno o qualcosa, al centro di questa stessa cerimonia. Ma, nello stesso tempo, questa dinamica religioso-cultuale mette in evidenzia un altro aspetto sempre connesso con queste stesse parole: la luce, il rischiarare sono altrettanti aspetti (metaforici?) del pensare, dell’immaginare, del fantasticare. E qui ci sarebbe tantissimo da dire, se non fosse che lo spazio a mia disposizione è limitato dalla circostanza di una presentazione, nel caso specifico dei lavori di Rosaria Iorio ed è, quindi, l’immagine eloquente delle sue opere che deve, giustamente, emergere. Eppure, fino a ora, se ci riflettiamo, non è accaduto altro. Perché Rosaria Iorio è un’illustratrice e i suoi lavori, autenticamente, testimoniano proprio di questo discorso a cui ho fatto accenno prima. In essi è evidente una tensione fantastica (che sfonda nella surrealtà – ma come potrebbe essere altrimenti? Ogni opera d’arte, quando è vera, è sempre la creazione di un mondo altro, al di là e al di sopra di questo che ognuno di noi è abituato a frequentare) – tensione fantastica, dicevo, che, oniricamente, lascia emergere la relazione esistente tra due momenti, ludico e inquietante: nell’esposizione dei doppi, per esempio, che qui e là fanno mostra di sé nelle tavole di Rosaria Iorio e il doppio (ciò che, nasce, in origine, già doppio) rappresenta, da sempre, una sfida e un’inquietudine per il pensiero. 

Da qui, a me pare, emerge anche un altro aspetto del lavoro di Rosaria Iorio (del suo come quello di qualsiasi altro artista): la, a dispetto di quanto si pensi comunemente, non subalternità dell’attività di illustrazione rispetto all’universo delle parole. Solitamente, infatti, si pensa che illustrare significhi far vedere ciò che un testo dice e, quindi, metterlo in luce, contribuendone a rischiarare il senso. Ciò accade anche quotidianamente, quando, si ricorre a uno schema o a un disegno, per comunicare in maniera più chiara, appunto, un’indicazione (stradale, per esempio) espressa dapprima solo in forma verbale. L’immagine, allora, sarebbe, in questo senso, solo un complemento dell’elemento verbale, utile senz’altro a una sua chiarificazione, ma priva di una propria autonomia (e, quindi, di un proprio senso autonomo). 

Dalla visione di queste tavole, invece, emerge proprio il contrario e forse la circostanza che siano accostate a delle parole, in forma didascalica, finisce solo per costituirne, talvolta, un limite (all’immaginazione). Queste opere di Rosaria Iorio ci dicono che l’immagine è qualcosa di autosufficiente, quando è autentica e ha la forza di imporsi al pensiero, che penetra dischiudendogli, come un raggio luminoso che allontana (e, contemporaneamente, moltiplica) le ombre, universi fino ad allora inimmaginati.

Dario Giuliano

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